I NUMERI Storie di straordinaria quotidianità fra Svizzera e Italia CAMERA DI COMMERC ITALIANA PER LA SVIZZ CAMERA DI COMMERCIO ITALIANA PER LA SVIZZERA CCIS 1909 CCIS 1909 CAMERA DI COMMERCIO ITALIANA PER LA SVIZZERA CCIS 1909
2 I numeri UNO - 2026 VI edizione, 2026 Editore: Camera di Commercio Italiana per la Svizzera Autore: Giangi Cretti Hanno Collaborato: Marco De Stefano, Noemi Scornavacche Fotografie: gentilmente fornite dai premiati Stampa: finito di stampare in data 10 Marzo 2026 dalla tipografia Nastro&Nastro S.r.l.
3 I numeri UNO - 2026 INDICE Prefazione di Vincenzo Di Pierri Presidente della Camera di Commercio Italiana per la Svizzera 5 Nota del curatore 7
4 I numeri UNO - 2026 Maria Anselmi Head of Start-ups and Next generation Division, Innosuisse 10 Claudio Cisullo Imprenditore seriale 28 Elia Congiu COO MSC Cruises 46 Simone Gibertoni CEO Clinique La Prairie 66 Luisa Lambertini Economista 84 Prisca Liberali Scienziata, Mentore, Professoressa 102 Giona Nazzaro Direttore artistico Locarno Film Festival 118 Enrica Porcari CIO del CERN 136 ItaliaValais Associazione per la promozione dell’integrazione, la cultura, lo sport, il tempo libero e le relazioni economiche 154
5 I numeri UNO - 2026 Il Presidente CAMERA DI COMMERCIO ITALIANA PER LA SVIZZERA CAMERA DI COMMERCIO ITALIANA PER LA SVIZZERA CCIS 1909 CCIS 1909 CAMERA DI COMMERCIO ITALIANA PER LA SVIZZERA CCIS 1909 L’appuntamento si ripropone e il filo del racconto viene, una volta ancora, riannodato. È quello dedicato ai Numeri UNO, donne e uomini che, in ambiti diversi e lungo percorsi professionali spesso lontani tra loro, hanno saputo distinguersi non solo per i risultati raggiunti, ma per la qualità umana e simbolica del loro esempio. Figure che, attraverso il proprio impegno, hanno contribuito a rafforzare relazioni positive tra Italia e Svizzera, alimentando rispetto reciproco e dialogo tra due realtà profondamente intrecciate. Le loro storie sono tessere di un mosaico ricco e variegato, accomunate dall’esperienza della migrazione. Spostamenti di persone che, ieri come oggi — pur con modalità e opportunità mutate — nascono dal desiderio, ma anche dalla necessità, di migliorare le proprie condizioni di vita. Sono storie di successo, certo, ma non nel senso più ovvio del termine: sono testimonianze di come, anche partendo da condizioni differenti e talvolta svantaggiate, sia possibile raggiungere traguardi significativi. Successi materiali e immateriali che producono effetti positivi sull’intera comunità, spesso senza che ce ne rendiamo pienamente conto. Il riconoscimento, istituito la prima volta nel 2019, dalla Camera di Commercio Italiana per la Svizzera, con il patrocinio dell’Ambasciata d’Italia a Berna, nasce proprio con questa intenzione: portare alla luce esperienze che, in un mondo dominato dal clamore e dall’immediatezza della comunicazione, rischiano di restare confinate in ambiti settoriali. Mi piace ricordarlo anche in questa occasione, perché sempre valido, il proverbio secondo cui “fa più rumore una noce che cade che una foresta che cresce”: il premio, anno dopo anno, vuole dar conto anche di quella foresta silenziosa, fatta di crescita costante, dedizione e responsabilità. Il valore del premio è simbolico, ma non per questo meno concreto. Anzi, in un’epoca che avverte il bisogno di figure di riferimento, esso rappresenta un gesto di riconoscenza istituzionale e un’affermazione chiara: la diversità non è una minaccia, bensì una fonte di ricchezza. Il premio supera i confini geografici, pur restando attento a tutto ciò che porta l’impronta dell’italianità,
6 I numeri UNO - 2026 in coerenza con la missione della Camera di Commercio e delle istituzioni italiane. Al di là dei singoli percorsi dei premiati, l’iniziativa, edizione dopo edizione, consolida un significato più ampio. Rendere omaggio a queste personalità significa riconoscere, idealmente, tutti coloro che nel mondo, spesso con sacrificio silenzioso, mantengono alta la reputazione dell’Italia e costruiscono ponti con i Paesi che li hanno accolti. In un tempo segnato da chiusure e tensioni, queste storie dimostrano che uno sguardo aperto alle diversità non solo è possibile, ma necessario. I Numeri UNO, spesso inconsapevolmente, diventano esempio e voce anche per chi voce non ha. Il premio, seppur, o forse proprio perché, simbolico, afferma con forza una verità semplice e profonda: esiste un’Italia fuori dall’Italia, anzi esistono molte Italie disseminate nel mondo. Italie che, lontane dalla retorica, con il loro lavoro quotidiano danno sostanza a un patrimonio di competenze, valori e relazioni di cui il Paese può, legittimamente, andare fiero. E, proprio con dichiarato riferimento ai valori, questa edizione introduce un elemento di novità: una menzione speciale, che vuole richiamare l’attenzione su enti o associazioni che perseguono obiettivi che, pur declinati in ambiti diversi e con sensibilità specifiche, evidenziano come, per quanto talvolta travagliato, il legame fra Italia e Svizzera sia non solo solido, ma ormai imprescindibile. Vincenzo Di Pierri Presidente della Camera di Commercio Italiana per la Svizzera
7 I numeri UNO - 2026 Il curatore Siamo alla sesta edizione e, se c’è una certezza particolare - oltre a quella generale di avere dubbi - che ho acquisito, è che non riesco a non stupirmi della mia stessa sorpresa. Anche questa volta, infatti, curare il volume che raccoglie le sintesi degli incontri con i premiati dell’edizione 2026 de I numeri UNO, si è rivelata un’esperienza profondamente arricchente, nei fatti un privilegio: un’occasione preziosa per andare oltre gli incarichi, oltre le funzioni, oltre le etichette con cui magari frettolosamente cataloghiamo le personalità che, in un modo o nell’altro, hanno, esteso o circoscritto che sia, un impatto pubblico. Non ciò che fanno, ma ciò che sono. Non solo i ruoli che rivestono, ma i percorsi, le esitazioni, le scelte, l’ardire, l’ardore e persino le fragilità che li hanno fatti diventare quelli che sono ora. Averli incontrati, ottenendo il loro tempo, ascoltando, per poi raccontarle, le loro storie – tra un impegno e l’altro, talvolta tra un decollo e un atterraggio – è un modo per accendere una luce sulle persone, restituendo profondità a traiettorie che, viste dall’esterno, potrebbero sembrare lineari o predestinate. E invece, come emerge dalle loro parole, il successo non è sempre il frutto esclusivo della fortuna (del caso?) o della volontà, così come l’insuccesso non è necessariamente conseguenza di una colpa, di una mancanza. Possiamo forse non essere gli artefici assoluti del nostro destino, ma possiamo diventarne interlocutori consapevoli: capaci di trarre insegnamento tanto dalle conquiste quanto dalle difficoltà. Questi incontri rafforzano la convinzione che non (sempre?) diventiamo semplicemente ciò che vogliamo, ma soprattutto ciò che impariamo a essere. Spesso il senso delle nostre scelte si rivela solo a posteriori, nel racconto che ne facciamo. Ed è proprio nel raccontare – e nell’ascoltare – che le esperienze acquistano forma, coerenza, significato. Le storie raccolte in questo volume sono forti, ciascuna a modo suo memorabile, eppure radicate nella quotidianità. Storie, che ci piace definire di straordinaria quotidianità, che contribuiscono a colorare e arricchire l’italianità nel mondo. Storie di migrazioni - un fenomeno antico e insieme attualissimo - intese non come fuga o costrizione, ma come scelta; non come rinuncia, ma come apertura a nuove prospettive, di contaminazione, di “meticciato” culturale: un dialogo continuo tra identità che non si annullano, ma si arricchiscono reciprocamente. L’Italia, allora, non è solo entro i suoi confini geografici, ma vive anche nelle traiettorie di chi, altrove, continua a intrecciare radici e futuro. L’altrove, non vissuto o temuto come rischio, diventa così sfida e possibilità. Non sono necessariamente (unicamente?) storie che ci parlano di talenti straordinari o di scalate rapide o fortunate. Descrivono piuttosto una costruzione lenta e costante, di chi ha avuto il coraggio di reinventarsi
8 I numeri UNO - 2026 Giangi Cretti più volte. Di percorsi segnati da scelte coraggiose, ripartenze, ripensamenti e trasferimenti tra Paesi diversi. Attraversando culture differenti, conservando però un’identità italiana fortissima. Non indugiando, accomodandosi nella propria comfort zone, ma espandendola. In fondo, raccontiamo e ascoltiamo storie per dare senso al mondo e alla nostra presenza in esso. Questo volume nasce da questa esigenza: trasformare l’esperienza in memoria condivisa, la memoria in consapevolezza, la consapevolezza in possibilità. Ecco, dunque, che Il racconto non si fa (e non vuol essere) solo testimonianza di successo, ma un esempio di come perseveranza, curiosità e capacità di reinventarsi siano fondamentali per costruire una carriera. Sintesi di un lungo percorso fatto di scelte difficili, sacrifici e momenti di grande soddisfazione professionale. Il messaggio è chiaro: non esistono scorciatoie per il successo, ma chi ha il coraggio di fare scelte consapevoli può sempre crescere e cambiare. Come nelle altre edizioni, i premiati sono espressione di una ricca varietà: differiscono per settore di attività, genere, esperienza migratoria. Va da sé che, accanto alle specificità, emergono sorprendenti, anche se non da tutti con la stessa intensità condivisi, elementi comuni. La passione per il proprio lavoro è una costante e vibra come vocazione totalizzante. La concezione della leadership, poi, unisce figure attive in campi molto diversi: richiama la centralità dell’essere umano, con le sue emozioni e fragilità; denuncia modelli dirigenziali guidati dal narcisismo anziché dalla capacità di “tirar fuori il meglio da ogni individuo”; afferma la priorità della persona rispetto a logiche puramente economiche. È una leadership che mette al centro l’umano, non il profitto. Per l’Italia resta un amore consapevole, che non ignora le criticità ma si traduce nel desiderio di restituire qualcosa al proprio Paese. Parallelamente, emerge un’ammirazione sincera per la Svizzera, percepita da molti come casa, anche grazie alla sua autentica tradizione plurilingue, valorizzata anche stavolta con parole nette: la Svizzera è tale solo se realmente e credibilmente plurale. La famiglia, o più in generale gli affetti, si confermano riferimento ineludibile: fonte primaria di energia, parte integrante dell’identità professionale. In questa edizione, in cui perlomeno formalmente è superata la disparità di genere - quattro degli otto premiati sono donne, specchio di una realtà in cui la presenza femminile ai vertici, in Svizzera come altrove, resta ancora e purtroppo limitata – c’è una novità: la menzione speciale, intesa ad evidenziare il valore di esperienze di enti associazioni del volontariato che sulla convivenza, sulla condivisione e sulla coesione sociale costruiscono e sviluppano la loro ragion d’essere. Viviamo un tempo di incertezza. In una società che (ormai?) non più ‘liquida’, come con efficacia l’aveva definita Zygmunt Bauman, rischia rapidamente (inevitabilmente?) e pericolosamente di evaporare, al pari delle sue strutture cardine e delle nostre poche certezze, i Numeri UNO ci aprono finestre su nuovi orizzonti. Ognuno, a modo suo, ci offre uno sguardo fiducioso sul futuro, dimostrando che stabilità e valori possono ancora radicarsi anche in contesti fluidi e mutevoli. Consapevoli che le migliori idee sono quelle che sembrano ovvie solo dopo che qualcuno le ha realizzate e che la crescita non è fortuna: richiede struttura, disciplina e attenzione ai dettagli.
9 I numeri UNO - 2026 I NUMERI Storie di straordinaria quotidianità fra Svizzera e Italia CAMERA DI COMMERC ITALIANA PER LA SVIZZ CAMERA DI COMMERCIO ITALIANA PER LA SVIZZERA CCIS 1909 CCIS 1909 CAMERA DI COMMERCIO ITALIANA PER LA SVIZZERA CCIS 1909
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11 I numeri UNO - 2026 Maria Anselmi è una manager internazionale con oltre 25 anni di esperienza nella creazione, trasformazione ed espansione di imprese tecnologiche e data-driven a livello globale. La sua carriera è improntata all’innovazione continua e alla capacità di tradurre tecnologie emergenti in business scalabili e profittevoli. Ha iniziato nell’innovazione digitale con Il Sole 24 Ore, Borsa Italiana e Financial Times Information, assumendo poi ruoli di leadership internazionale. In Bisnode è stata Chief Data Officer, guidandone il rinnovamento e introducendo l’impiego sistematico di Semantic Technologies, Machine Learning e Intelligenza Artificiale; in precedenza, come CEO per l’Europa centrale, ha sviluppato il business in 12 Paesi fino a 450 collaboratori, portando sul mercato modelli predittivi innovativi per credito, marketing e compliance. In seguito è stata Vicepresidente delle Partnership Strategiche Globali di Dun & Bradstreet, dove ha introdotto nuovi modelli di monetizzazione dei dati. Ultimamente, come membro del comitato esecutivo e responsabile della divisione “Start-up e Innovatori di nuova generazione” di Innosuisse, l’Agenzia svizzera per l’innovazione, ha contribuito alla strategia nazionale e gestito un portafoglio di oltre 700 start-up scientifiche, promuovendo la collaborazione tra accademia, industria, investitori e policy maker. È inoltre consulente e membro di consigli di amministrazione in organizzazioni di innovazione, e affianca start-up nella loro crescita internazionale. Maria Anselmi Head of Start-ups and Next generation Division, Innosuisse I NUMERI 2026
12 I numeri UNO - 2026 In fondo, è questo che siamo: radici che camminano La mia infanzia non ha una mappa fissa. Se dovessi disegnarla, non sarebbe un punto ma una traiettoria. Sono nata a Palermo, ma non ci ho mai vissuto. Fino ai quattordici anni ho attraversato l’Italia come una piccola nomade. Mio padre lavorava in banca e la sua carriera comportava trasferimenti frequenti. Ogni volta che sembrava di aver trovato una stabilità, arrivava una nuova destinazione. Una nuova casa, nuovi vicini, nuove abitudini, nuove scuole. Le elementari non le ho frequentate: le ho attraversate. Ogni ciclo era frammentato. Cambiavo compagni prima che diventassero memoria. Cambiavo maestre prima che potessero diventare riferimento stabile. Non c’era continuità affettiva, ma c’era un allenamento costante all’adattamento. Eppure, da bambina, non vivevo questa condizione come una perdita. Non avevo ancora una coscienza comparativa. Non mi chiedevo cosa significasse avere amici d’infanzia che restano per sempre. Non avevo un termine di paragone. La mia normalità era quella. Forse è proprio per questo che oggi il mio modo di parlare non tradisce un’origine geografica precisa. Non ho un accento riconoscibile. Non appartengo foneticamente a un territorio. Sono la sintesi sonora di molti luoghi. Molti parlano di “sradicamento” con un’accezione negativa. Io posso dire di essere completamente sradicata, ma per me questo non è stato un trauma: è stato un allenamento alla libertà. Non ho mai sviluppato il bisogno di avere un luogo di riferimento. Non ho mai sentito la necessità di ancorarmi a un’identità territoriale. L’identità, per me, è sempre stata mobile. Quando, dopo Roma, mi sono trasferita a Milano per il master, poi di nuovo per lavoro, in seguito in Slovenia e più tardi in Svizzera, non ho percepito una rottura. Ho percepito continuità. Il nomadismo non era una fase: era la mia struttura. Ho lavorato per un gruppo svedese, viaggiando settimanalmente tra Balcani e Nord Europa. Vivevo in un paese e lavoravo in altri. Cambiavo lingua come si cambia registro. Passavo da una cultura all’altra con una naturalezza che non avevo nemmeno deciso di acquisire: era sedimentata dentro di me. Non ho mai perso gli amici. Li ho distribuiti nel mondo. Le mie relazioni non sono legate alla prossimità fisica ma alla qualità dello scambio. Questo è forse uno degli apprendimenti più importanti della mia vita: l’appartenenza non è geografica, è relazionale. Ma soprattutto ho imparato una cosa cruciale: quando entro in una nuova realtà non resto in superficie. Non sono una turista dell’esperienza. Mi immergo. Entro nel tessuto vivo, ne studio le regole implicite, cerco di contribuire. Divento parte del sistema. Il nomadismo mi ha insegnato l’integrazione profonda. Lo sradicamento come forma di libertà
13 I numeri UNO - 2026 Primo giorno di scuola nel 1971
14 I numeri UNO - 2026 Roma: il primo approdo stabile A quattordici anni arrivammo a Roma, città legata alla famiglia materna. Per la prima volta c’era un contesto familiare ampio, riconoscibile, continuo. Roma non fu solo una città: fu il primo luogo in cui restai abbastanza a lungo da costruire una traiettoria lineare. Lì ho fatto il liceo classico. La scelta non fu casuale né subita. È stata una scelta coerente con ciò che ero già. Mi sono sempre sentita un’umanista. Non in opposizione alla scienza, ma nella convinzione che le strutture profonde della realtà si comprendano attraverso il linguaggio, la storia, il pensiero simbolico. Avevo già una relazione precoce con le lingue. Mio nonno materno, poliglotta per passione e per necessità, mi aveva trasmesso un’idea precisa: imparare le lingue non è solo utile, è necessario per capire il mondo. Ripeteva come un mantra: “Bisogna imparare le lingue.” Ho iniziato ad imparare l’inglese già da piccolissima. Così piccola che alle medie mi dissero che non aveva senso inserirlo come lingua curricolare: il mio livello era troppo alto. Mi misero nella sezione di francese. Poi al ginnasio passai al tedesco. Le lingue per me non erano materia scolastica. Erano strumenti cognitivi. Ogni lingua aggiungeva una prospettiva diversa sulla realtà. La glottologia: studiare le strutture invisibili All’università scelsi glottologia alla Sapienza. Non è stata una scelta “letteraria” in senso stretto. Anche se la storia delle lingue si ricostruisce principalmente attraverso l’analisi di testi letterari. I testi stessi e la loro tradizione ci offrono uno sguardo alle sedimentazioni delle lingue che si evolvono. È stata una scelta strutturale. La glottologia è lo studio dei sistemi linguistici nella loro evoluzione temporale, delle matrici da cui si evolvono le lingue. Studiare latino e greco non era un esercizio erudito: era entrare nelle radici profonde delle strutture grammaticali. Studiare sanscrito vedico significava confrontarsi con una lingua antichissima, capace di conservare tracce di sistemi ancora più arcaici. Le lingue germaniche antiche, le lingue iraniche, le lingue romanze medievali: ogni ambito era un tassello di una mappa evolutiva. Quando chiesi la tesi, mi fu detto che era importante saper leggere fluentemente in inglese, francese e tedesco. “Possibilmente in russo.” Così studiai anche il russo. E anni dopo, quando mi trasferii in Slovenia, mi resi conto che quella competenza non era teorica: le strutture delle lingue slave mi erano familiari.
15 I numeri UNO - 2026 Dopo la laurea, vinsi una borsa di studio per un dottorato a Pisa. Ero restata nell’ambiente universitario come assistente. La traiettoria sembrava chiara: carriera accademica, pubblicazioni, ricerca. Eppure, iniziai a percepire una tensione. La disciplina era affascinante, ma la comunità era molto chiusa. Non in senso negativo, ma strutturalmente specialistica. Il dialogo era interno. La produzione era per addetti ai lavori. Io sentivo che ciò che avevo imparato aveva un valore più ampio. La glottologia non era solo studio del passato: era studio dei sistemi complessi. Era uno strumento per comprendere qualsiasi struttura evolutiva. La mia idea di università era pedagogica. Volevo insegnare matrici di pensiero, non solo produrre articoli. Volevo trasmettere schemi interpretativi. Mi dissi: sono ancora giovane, posso cambiare. Rinunciai alla borsa di studio. La crisi: oltre l’autoreferenzialità Mi trasferii a Milano e feci un MBA. Apparentemente una rottura radicale. In realtà, una traduzione. Non stavo abbandonando l’umanesimo. Lo stavo applicando a un sistema diverso: l’organizzazione, l’impresa, l’informazione economica. Entrai al Sole 24 Ore nella divisione New Media nei primi anni ’90. Era un’epoca pionieristica. Il web era agli inizi. In Italia quasi inesistente. Nel 1995 lanciai il primo prodotto digitale professionale a pagamento in Europa: un database online. Ma il seme di questa scelta era nato prima. Durante la mia tesi dovevo costruire un lessico su schedine cartacee. Migliaia di cartoncini, uno per parola. Ordinati alfabeticamente in scatole. Un giorno una scatola mi cadde. Le schede si dispersero sul pavimento. Ricordo perfettamente la sensazione: non era solo fastidio. Era la percezione dell’inadeguatezza del sistema. “It doesn’t fly.” Andai alla facoltà di ingegneria e proposi di costruire un database elettronico. Era il 1985-86. Un’idea quasi visionaria in ambito umanistico. Progettammo una struttura digitale. La mia tesi fu stampata da quel database. In seguito, anche la cattedra adottò strumenti simili. In quel momento avevo capito una cosa: l’informazione deve essere organizzata in modo combinatorio. Un database non è un archivio statico. È una matrice dinamica. Permette connessioni multiple, interrogazioni diverse, risposte personalizzate. Milano: la traduzione nel mondo del business
16 I numeri UNO - 2026 Quando nel 1995 uscimmo con il database online, a pagamento, quasi nessuno aveva Internet. Dovemmo fare un accordo con Telecom Italia per vendere la connessione insieme al prodotto. C’erano forse sette siti web in Italia. Forse il nostro era settimo. Era davvero preistoria digitale. Ma per me non era solo tecnologia. Era la possibilità di fare ciò che avevo sempre desiderato: organizzare conoscenza e diffonderla. Costruire sistemi informativi capaci di evolvere. Se ripenso all’inizio del mio percorso, mi rendo conto che ho scelto il digitale quando il digitale non era ancora una parola di moda. Non si parlava di trasformazione digitale, non si parlava di data strategy, non esisteva la figura del Chief Data Officer. Eppure, io lavoravo già lì: nel punto in cui informazione e tecnologia si incontrano. La preistoria del web Ho sempre lavorato con l’informazione digitale, ma il mio vero campo è sempre stato il governo del dato. Non la tecnologia in senso stretto, non la programmazione, ma la struttura logica che permette ai dati di vivere, dialogare, generare valore. Io costruivo architetture concettuali. Disegnavo sistemi pensando alla loro evoluzione futura. Lavoravo con data architect, product architect, sviluppatori. Era un lavoro profondamente collaborativo: io definivo la visione, loro la rendevano eseguibile. Ho imparato molto presto una lezione fondamentale: la qualità di un sistema si decide nell’architettura. Se lì c’è lungimiranza, il sistema sarà flessibile. Se lì c’è rigidità, il sistema invecchierà rapidamente. In un certo senso, il mio lavoro è sempre stato questo: immaginare il futuro dei dati. Immaginare il futuro dei dati Quando sono entrata al Sole 24 Ore, Internet non era ancora ciò che conosciamo oggi. Portare database online era un atto quasi rivoluzionario. Lavoravamo su sistemi informativi complessi, strutturati, pensati per utenti professionali. Il passaggio al web non era una semplice trasposizione tecnica: significava ripensare la fruizione, la navigazione, l’accessibilità. Abbiamo portato progressivamente su Internet diverse banche dati del Sole. Era un lavoro fatto di sperimentazione continua, di tentativi, di errori, di apprendimento. Non esistevano best practice consolidate. Le stavamo costruendo noi. Quei cinque anni sono stati una palestra straordinaria. Ho imparato cosa significa innovare in un’organizzazione strutturata. Ho imparato a mediare tra cultura editoriale tradizionale e nuove possibilità tecnologiche. Gli anni pionieristici al Sole 24 Ore
17 I numeri UNO - 2026 Al Sole 24 ore: il mio primo Lavoro, che mi ha dato l’imprinting professionale
18 I numeri UNO - 2026 Arrivare in Slovenia è stato un atto di coraggio. Non avevo una posizione definita. Avevo però relazioni solide, costruite negli anni. Attraverso i contatti con un importante gruppo svedese, Bonnier Business Information, poi divenuto Bisnode nel 2006, che aveva acquisito una realtà slovena, mi è stata affidata una sfida: creare un carve-out, trasformare un segmento di business in una società autonoma specializzata in business information. Era un contesto post-transizione, in un’Europa centrale ancora in piena evoluzione economica. I mercati stavano maturando, le imprese avevano bisogno di strumenti di analisi del rischio, di compliance, di market intelligence. Ho costruito il business quasi da zero. L’ho sviluppato in Slovenia, poi nei Balcani, in Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia. Per quasi quindici anni ho guidato un’espansione regionale in un’area che stava ridefinendo la propria identità economica. Il nostro focus si è spostato sempre più verso gli analytics: risk analytics, market analytics, soluzioni per la compliance normativa. Non vendevamo solo dati. Vendevamo capacità predittiva. Supporto alle decisioni. In quegli anni ho imparato cosa significa scalare un’organizzazione in contesti culturali diversi. Ho imparato a leggere le differenze normative, le differenze di mercato, le differenze di maturità digitale. È stata una lunga costruzione, paziente e strategica. Ripartire da zero Digitalizzare la finanza Nel 1999 lascio il “Sole” e passo in Borsa Italiana: un contesto ancora più sfidante. La finanza vive di informazioni tempestive, accurate, affidabili. Digitalizzarle significa toccare il cuore del sistema economico. Il mio lavoro consisteva nel portare online informazioni finanziarie, duplicare database, creare ambienti di consultazione più aperti, più accessibili. In collaborazione con l’Ufficio Studi abbiamo ripensato il modo in cui il mercato poteva accedere ai dati. Non si trattava solo di tecnologia. Si trattava di fiducia. Di garantire integrità, coerenza, aggiornamento continuo. È stata un’esperienza breve ma intensissima. Poi, nel 2000, la mia vita personale ha incrociato ancora una volta quella professionale. Mi sono sposata con un collega sloveno conosciuto attraverso la European Business Press Association, una rete europea di editori economici che rappresentava uno spazio di confronto straordinario tra paesi, culture e modelli editoriali. E così ho scelto di trasferirmi a Lubiana. Ho imparato che l’innovazione non è mai solo tecnica: è culturale. E soprattutto ho capito che il dato, quando diventa accessibile, cambia il modo in cui le persone prendono decisioni.
19 I numeri UNO - 2026 Con Slobodan Sibincic, che ha sempre creduto in me e mi ha aperto le porte della Slovenia
20 I numeri UNO - 2026 Parallelamente alla carriera corporate, ho sempre mantenuto un impegno nel coaching di startup e giovani imprenditori, anche collaborando con un impact fund americano impegnato nei paesi emergenti. Il filo parallelo: il coaching e l’imprenditorialità Nel 2017, quando ancora lavoravo per il gruppo svedese, mi ero trasferita a Zurigo per ragioni logistiche. Rappresentava una posizione centrale, perfetta per coordinare Europa, Asia e Stati Uniti. La mia giornata era cadenzata dai fusi orari. La mattina con l’Asia, il pomeriggio con l’Europa, la sera con gli Stati Uniti. Era una vita intensa, ma anche estremamente stimolante. La dimensione globale mi appartiene. Tuttavia, ogni volta che arrivo in un nuovo paese sento il bisogno di radicarmi nel tessuto locale. Non mi basta abitare un luogo. Devo comprenderlo. Zurigo: il crocevia dei fusi orari Dopo anni di crescita regionale, sono stata chiamata nell’headquarter del gruppo come Chief Data Officer. Il mio mandato era ambizioso: integrare le diverse unità europee in un’unica strategia dati. Unificare standard, migliorare la qualità, creare sinergie, introdurre nuove tecnologie di gestione e analisi. Significava passare da una logica federata a una logica realmente integrata. Ho lavorato sulla governance del dato, sulla standardizzazione, sulla creazione di nuove fonti informative. Ho introdotto innovazioni nel modo di raccogliere, organizzare e leggere le informazioni. Poi è arrivato il momento dell’exit. Ho fatto parte del team che ha gestito la vendita di Bisnode a Dun & Bradstreet. Un anno di trattative, due diligence, analisi finanziarie, negoziazioni strategiche. È stata una fase ad altissima intensità. Quando la vendita si è conclusa nel 2020, i nuovi proprietari mi hanno proposto di assumere il ruolo globale di responsabile delle Data Partnerships, con riferimento all’headquarter in Florida. Ho accettato. Ancora una volta, ho scelto di accompagnare il processo di trasformazione. Diventare Chief Data Officer
21 I numeri UNO - 2026 Promuovere la carriera delle donne
22 I numeri UNO - 2026 La mia vita privata riflette questa pluralità. Sono divorziata; il mio attuale compagno è svizzero. E questo pone, inevitabilmente, una questione linguistica. Io lavoro in tedesco. Il tedesco per me non è una lingua straniera: è uno strumento professionale pienamente padroneggiato. A un certo punto ho anche proposto: “Perché non parliamo in tedesco tra di noi, invece che in inglese?”. Ma in Svizzera il tedesco non è solo tedesco. C’è lo svizzero tedesco. E lì lo straniero non passa. È un codice identitario, profondo, quasi tribale. Così tra di noi parliamo inglese. In ambito familiare più largo, però, parlo Hochdeutsch. Lingue, identità e convivenza Quando mi chiedono qual è il mio paese d’origine, non penso a un paesello preciso, a una piazza con un campanile. L’Italia è la mia radice. Ho viaggiato molto, ho vissuto in tanti luoghi diversi, ho costruito pezzi di vita altrove. Eppure, la mia famiglia vive a Roma, e Roma per me è un polo affettivo fondamentale. Non è soltanto una città: è un centro di gravità. Ma se devo essere sincera fino in fondo, le mie radici non sono solo geografiche. Sono umane. Io vedo ancora i miei compagni di scuola, regolarmente. Vedo i miei compagni di master. Ho amici italiani, sloveni, in tanti luoghi. Quando qualcuno mi chiede: “Se perdessi tutto, qual è l’ultima base di difesa?”, io rispondo senza esitazione: gli amici. La famiglia, certo. Ma soprattutto gli amici. Le mie radici sono loro. Sono le relazioni che ho costruito e custodito nel tempo. Sono le persone che restano quando tutto il resto si sposta. Le mie radici non hanno un confine In Svizzera mi sono accreditata presso Innosuisse come coach. Ho iniziato ad accompagnare startup nei loro primi passi: validazione del modello di business, accesso ai finanziamenti, strategia di crescita. Nel 2023, proprio in Innosuisse si è aperta la possibilità di dirigere un programma dedicato alle startup. Ho deciso di lasciare il ruolo globale in Dun & Bradstreet e dedicarmi completamente all’ecosistema svizzero dell’innovazione collegato al mondo globale. Ad Innosuisse ho lavorato nella costruzione di reti collaborando con Swissnex, Swiss Global Enterprise, ambasciate, investitori internazionali. Innosuisse aiuta le startup a internazionalizzarsi fin dall’inizio, a presentarsi sui mercati globali, ad attrarre capitali esteri. Costruire ecosistemi significa creare connessioni intelligenti. Ed è, in fondo, quello che ho sempre fatto anche con i dati.
23 I numeri UNO - 2026 Tre persone importanti nella mia vita: mio figlio Julian (a destra), la mia migliore amica Solange e il mio figlioccio Niccolo’
24 I numeri UNO - 2026 Con mio figlio ho sempre parlato italiano. È nato in Slovenia. Le sue prime scuole sono state in sloveno. L’inglese era ovunque: in Slovenia le trasmissioni televisive non sono doppiate, e a 5 anni lui parlava inglese perfettamente, imparato dai cartoni animati. Inoltre, i suoi cugini sono inglesi. L’italiano rischiava di diventare la lingua minoritaria. Per me questo era inaccettabile. Perché la lingua non è solo un mezzo di comunicazione. È identità, è memoria, è struttura del pensiero. Così ho insistito. Lui ora parla molto bene italiano. Scrive con difficoltà – le “h” sono disseminate qua e là in modo creativo – ma parla con naturalezza e profondità. E poi c’è anche un aspetto importante che ha forgiato la sua identità. In Slovenia esiste una parte della società che conserva ricordi dolorosi della guerra. Lubiana fu circondata per essere affamata; ancora oggi esiste un tragitto lungo il perimetro dell’enclave creata alla fine del conflitto, che tutti gli anni le persone percorrono, ciascuno a modo suo, come un gesto collettivo di memoria. Mio figlio è cresciuto lì. E ha dovuto affermare la propria identità italiana anche a scuola, talvolta davanti ai professori. Ha sempre ripetuto con forza: “Io sono sloveno e sono italiano. Non rinuncio a nessuna delle due cose.” Questo mi ha commosso profondamente. Mi ha dato una grande soddisfazione come madre e come pedagoga. Ho pensato: ho seminato qualcosa di buono. Ha sviluppato un senso forte di appartenenza e un orgoglio culturale sano. Si sente parte di un grande paese e di una grande cultura, senza negare l’altra parte di sé. La lingua come fatto esistenziale La Svizzera per me è la mia nuova base. Faccio fatica a dire “nuova patria”. Per me non è un concetto logistico: è un fatto emotivo, storico, esistenziale. Ma la Svizzera è il mio nuovo headquarter. È dove vivo. È dove mio figlio ha scelto di vivere, pur avendo studiato in Inghilterra e potendo scegliere altri paesi: l’Italia, la Slovenia, il Regno Unito. Ha deciso di restare qui. Questo fa della Svizzera la nostra nuova base familiare. Non solo un luogo di lavoro, ma uno spazio di continuità generazionale. La Svizzera: una nuova base, non una nuova patria Molte interazioni avvengono in quella lingua. Parte della famiglia del mio compagno è di Berna, e il dialetto bernese, all’inizio per me è stato poco digeribile. Per fortuna lavoro a Berna, quindi sto familiarizzando. Ho sviluppato negli anni una forte competenza passiva nelle lingue. Capire è il primo atto di integrazione. Mi sono detta: se ho imparato a capire tante lingue, potrò sviluppare anche una conoscenza passiva dello svizzero tedesco. È una sfida continua, ma è anche un esercizio di umiltà e ascolto.
25 I numeri UNO - 2026 Con Beat: l’uomo che mi sostiene e mi rallegra ogni giorno
26 I numeri UNO - 2026 Nel mio ruolo attuale ho moltissime relazioni con l’Italia. Una delle missioni che mi sono data è sostenere il Ticino. Che è un ponte naturale: un piede in Svizzera, un piede in Italia. È una soglia culturale e imprenditoriale. Sono in contatto con la Camera di Commercio della Svizzera italiana. Lavoro con studenti italiani che vengono a studiare qui. Più del 60% dei founder di startup che sono nel nostro programma sono stranieri, e molti sono italiani. Tantissime eccellenze svizzere sono in realtà giovani italiani che hanno scelto di formarsi e crescere qui. Penso, ad esempio, a una startup di grande successo fondata da una giovane scienziata italiana che ha sviluppato tessuti artificiali per applicazioni mediche, utili per ustioni e gravi lesioni. Una volta mi ha detto: “Sono nata in un paesino della Puglia. Chi avrebbe mai detto che sarei arrivata qui e poi negli Stati Uniti?”. Queste storie mi confermano che il talento non ha confini. Collaboro spesso con il Politecnico di Milano. Creo ponti quando possibile. Perché si comincia in un luogo, ma se si vuole diventare grandi, bisogna essere internazionali by default. Se guardo la mia vita, vedo una trama fatta di lingue, relazioni, sistemi, ponti. Ho imparato che integrarsi non significa cancellarsi. Significa aggiungere. Stratificare. Tenere insieme. In fondo, è questo che siamo: radici che si spostano. Il ponte con l’Italia Ho sempre cercato di integrarmi nei luoghi in cui ho vissuto. Non solo professionalmente. Il mio lavoro oggi è legato all’innovazione, alla crescita di startup, al sostegno di giovani imprenditori. Certo, è una professione. Ma è anche un impegno umano. Quando aiuti un giovane imprenditore a crescere, non stai solo facendo coaching, ma stai mettendo i giovani talenti in grado di costruire il mondo in cui vorrebbero vivere, stai contribuendo costruire un sistema. Innosuisse, insieme a partner nazionali, ha creato un brand chiamato SwissTech. Quando partecipiamo alle fiere internazionali, non andiamo come singole entità regionali: andiamo come sistema. Portiamo la Svizzera. Promuovere startup significa promuovere l’innovazione. Significa lavorare per il progresso. E il progresso non è locale. Non appartiene solo alla Svizzera, alla Slovenia o all’Italia. È una dimensione universale dell’umanità. Lavorare per il progresso significa collaborare con università, professori, centri di eccellenza. Significa attrarre talenti. Significa entrare anche nei meccanismi politici, nelle strutture profonde di un paese. Da questo punto di vista, la mia integrazione in Svizzera è stata profonda. Non superficiale, non solo amministrativa. Sistemica. L’integrazione come responsabilità
27 I numeri UNO - 2026 Con mia madre: una presenza importante nella mia vita e il piccolo Cesare
28 I numeri UNO - 2026
29 I numeri UNO - 2026 Nato il 14 maggio 1964 in Svizzera da genitori immigrati italiani, Claudio Cisullo ha sviluppato fin da giovane una solida base fatta di disciplina, ambizione e determinazione. Queste esperienze formative hanno plasmato il suo approccio alla leadership e alle decisioni strategiche, spingendolo a creare imprese e piattaforme di investimento capaci di generare un impatto duraturo nel tempo. Claudio Cisullo è padre di tre figlie. Pur mantenendo la sua vita privata prevalentemente lontana dai riflettori, la famiglia rappresenta per lui un pilastro fondamentale, accanto all’impegno imprenditoriale e alla responsabilità professionale. È pilota di auto da corsa con licenza ufficiale e pilota di elicotteri, attività che riflettono il suo profondo impegno verso la precisione, la gestione del rischio e la disciplina — qualità che si rispecchiano anche nel suo percorso professionale. Nel tempo libero è inoltre un appassionato golfista, sport che sottolinea ulteriormente la sua concentrazione, il pensiero strategico e l’apprezzamento per una performance fondata su rigore e controllo. Con una carriera che abbraccia quasi quattro decenni e un’impronta globale come imprenditore seriale e investitore di privat Equity , Claudio Cisullo è Fondatore e Presidente di CC Trust Group AG, il suo family office con investimenti diversificati nei settori delle biotecnologie, delle materie prime, del leisure, dell’industria farmaceutica, dei servizi professionali, dell’immobiliare e della tecnologia. Oltre a guidare le attività di investimento di CC Trust Group, Claudio Cisullo ricopre diversi incarichi come consulente strategico e membro del consiglio di amministrazione in organizzazioni internazionali, tra cui Ringier AG, la più grande azienda mediatica svizzera. È inoltre Lead Independent Director dell’FC Zürich (FCZ). Claudio Cisullo Imprenditore seriale I NUMERI 2026
30 I numeri UNO - 2026 Un NO è solamente l’inizio di una negoziazione Quando guardo fuori dalla finestra di casa mia e la nebbia copre tutto, mi viene sempre da sorridere. In una giornata limpida, posso indicare con il dito, laggiù in fondo, l’ospedale dove sono nato, il 14 maggio 1964, a Muri, in Argovia. È un pensiero che mi emoziona ogni volta. Ancora più sorprendente è prendere atto che la casa che ho costruito molti anni dopo – l’ultima che ho costruito – si trova esattamente sulla collina che domina quel luogo. Non me ne sono reso conto quando ho acquistato il terreno. L’ho scoperto solo dopo. Mi piace pensare che non sia una coincidenza. Piuttosto il simbolo che si può partire da una valigia e costruire un impero personale. È come se la vita avesse chiuso un cerchio senza che io me ne accorgessi. Sono figlio di immigrati italiani, lucani per la precisione, provenienti dalla provincia di Potenza e da quella di Matera. Fine anni ’50. La Svizzera rappresentava lavoro, stabilità, futuro. L’Italia del Sud rappresentava fatica, scarsità, poche opportunità. I miei genitori arrivarono con una valigia e con il coraggio di chi non ha alternative. Non erano giovanissimi senza responsabilità. Avevano già dei figli. Mio padre era piastrellista, ma in Svizzera fece prima il muratore, perché l’immigrato non sceglie: prende ciò che trova. Mia madre lavorava in una fabbrica di plastica. Lavoravano entrambi duramente, sperando in un futuro migliore. Prima di stabilirsi definitivamente in Argovia si fermarono a Sargans nel Canton San Gallo. Una delle mie sorelle è nata a Walenstadt nel 1962. Io arrivai due anni dopo. Sono il più piccolo. Ho un fratello e altre due sorelle molto più grandi, nati in Italia. Quando ero bambino, loro erano già quasi adulti. Io sono cresciuto in mezzo a due generazioni: quella dei sacrifici e quella della speranza. Sono figlio di emigrati lucani
31 I numeri UNO - 2026 Due mondi dentro di me A casa si parlava italiano. Fuori, solo svizzero tedesco. Io vivevo costantemente tra due identità. I miei genitori non parlavano bene la lingua locale. Io sì. Io ero il ponte. Traduttore, mediatore, interprete emotivo e culturale. Senza rendermene conto, stavo sviluppando una competenza che mi avrebbe accompagnato per tutta la vita: la capacità di muovermi tra mondi diversi. Quando avevo circa otto o dieci anni, mio padre, che nel frattempo era diventato indipendente come piastrellista, fece un passo decisivo: chiese la naturalizzazione. All’epoca gli italiani non erano ben visti. C’erano pregiudizi, diffidenza. Avere un passaporto svizzero significava dignità, opportunità, meno porte chiuse. Diventando lui svizzero, lo diventai automaticamente anch’io. Non ho mai avuto un passaporto italiano. Non sono mai stato registrato ufficialmente in Italia, neppure nel paese di mio padre, San Mauro Forte. Eppure, il sangue è italiano. Il temperamento, la passione, l’energia vengono da lì. La disciplina, la precisione, il pragmatismo sono svizzeri. Dentro di me queste due forze non si sono mai scontrate. Si sono completate. La povertà come carburante Non siamo cresciuti nel comfort. Non c’era carne ogni settimana. Non c’erano vacanze. Non c’erano regali superflui. Abitavamo in un appartamento semplice, tipico delle famiglie immigrate dell’epoca. Ricordo l’umidità sui muri, la sensazione di provvisorietà. Ricordo anche una cosa molto chiara: io non volevo restare lì. I miei genitori lavoravano tutto il giorno. Io giravo per il paese da solo già a tre o quattro anni. Oggi sarebbe impensabile. Allora era normale. Ho visto cose, ho imparato a difendermi, ho capito presto che il mondo non ti regala niente. Quella è stata la mia vera scuola. Non solo la scuola pubblica svizzera – che frequentavo regolarmente – ma la scuola della strada, della responsabilità precoce. Non ero uno scolaro brillante. Non perché non fossi capace, ma perché la mia testa era altrove. Il calcio era la mia ossessione. In ogni fotografia della mia infanzia c’è un pallone. Giocavo appena potevo, ovunque. Sognavo di diventare calciatore. La scuola mi annoiava: pensavo che quello che dicevano lo sapessi già. Accanto al calcio, crescendo c’erano i motori. Mi sono appassionato ai go-kart. Il rumore, la meccanica, il movimento. E poi l’elettronica. Un amico italiano aveva un padre che lavorava con componenti elettronici. Io osservavo, smontavo, rimontavo. Imparavo facendo. Nessuno mi insegnava formalmente. Era pura curiosità. La povertà non mi ha causato vittimismo. Mi ha creato fame.
32 I numeri UNO - 2026 A circa dieci anni ho iniziato a fare il chierichetto. Quell’esperienza mi ha dato più di quanto allora potessi capire. Disciplina. Presenza. Sicurezza. Ricordo ancora quando, a dodici o tredici anni, tenni un discorso davanti a circa 300 persone in chiesa. Non tremavo. Non avevo paura. Mi sentivo vivo. Oggi capisco che lì è nata una parte della mia identità: la capacità di parlare in pubblico, di guidare, di espormi. Quando volli la mia prima bicicletta, capii che non sarebbe arrivata per magia. Così iniziai a consegnare giornali. Tagliavo l’erba. A fare piccoli lavori. Con quei soldi comprai la mia bicicletta. Poi il mio primo impianto stereo. Addirittura, contribuii alla scuola di mia sorella. Quella sensazione – guadagnare qualcosa con le mie mani – fu potentissima. Non dipendere. Non chiedere. Creare. Già da adolescente facevo mille cose contemporaneamente. Non ero mai focalizzato su una sola attività. Era come se dentro di me ci fosse un motore sempre acceso. Il coraggio di espormi e il senso di autonomia Scelsi un apprendistato in elettro-tecnica, dopo aver fallito un primo tentativo in una fabbrica di biciclette. Non faceva per me. La pratica la facevo in una fabbrica di motori elettrici. Il proprietario vide qualcosa in me velocità, intelligenza pratica, capacità di comunicare in italiano. Mi portò per due settimane in Ticino per coordinare attività in una nuova fabbrica. Avevo sedici anni. Mi portò con la sua Mercedes. Per me era un altro mondo. Feci il lavoro come meglio potevo. Fu una delle prime volte in cui qualcuno esterno alla mia famiglia credette davvero in me. Come spesso accade ai giovani, appena adolescente, mi prese la smania di avere una macchina. Non avevo ancora la patente, e con un amico comprai una macchina usata, semi sgangherata, tutta da sistemare. Un giorno la provammo nel bosco. La polizia ci vide e ci intimò di fermarci. Io accelerai. Il cofano si sollevò perché non l’avevamo fissato bene. Fine della fuga. Arrestati. Genitori coinvolti. Non fu un momento piacevole. Oggi sorrido. Ma lì c’era già qualcosa: il coraggio di rischiare. Forse incosciente, ma reale. Io non ero fatto per stare fermo. Comunque, la patente poi l’ho fatta e mi sono comprato la mia prima macchina: una Fiat Ritmo. Apprendistato ribellione rischio e identità
33 I numeri UNO - 2026 Il calcio era la mia ossessione. In ogni fotografia della mia infanzia c’è un pallone. Giocavo appena potevo, ovunque. Sognavo di diventare calciatore
34 I numeri UNO - 2026 Finito l’apprendistato, mi guardai in giro. Sapevo che avrei avuto difficoltà a trovare un posto di lavoro che mi andasse bene, perché di una cosa ero convinto: non c’è un capo che io possa accettare. E forse non c’era un capo che avrebbe potuto accettare me. Era l’epoca del Commodore 64. Lo comprai in kit. Lo montai. Imparai il linguaggio di programmazione BASIC da solo. Un amico mi coinvolse nella vendita di computer. Così entrai in contatto con una società di Zurigo che si chiamava Panatronic e importava componenti elettronici. Nel 1984, a vent’anni, mi proposero di gestire una divisione autonoma per l’importazione e la vendita di monitor monocromatici, che si stavano diffondendo sul mercato svizzero. Inizialmente mi avrebbero pagato a cottimo, in base al numero di monitor venduti: rischio minimo per loro, massimo per me. Accettai. Il primo giorno mi consegnarono 4 monitor e mi dissero “stasera quando torni se li hai venduti ti paghiamo”. Tornai a mezzogiorno con i soldi. I computer li avevo venduti. Nel giro di un anno arrivai a fare un fatturato a quasi 10 milioni. Erano altri tempi, altri prezzi, ma era comunque una cifra enorme. Per un ragazzo figlio di immigrati, era qualcosa di enorme. Non era solo denaro. Era una conferma. Avevo capito una cosa: io non ero fatto per lavorare per qualcuno. Io ero fatto per costruire. Il computer, il Commodore 64 e la conferma Dentro di me avevo tre motivazioni chiare che mi spingevano a diventare un imprenditore: 1. Non volevo un capo. 2. Volevo una vita migliore di quella in cui ero cresciuto. 3. Non volevo aspettare 65 anni per andare in pensione e godermi la vita. La prima cosa che mi posi come obiettivo fu di acquistare una casa: rappresentava stabilità. Successo. Rispetto. A 23 anni trovai una casa a schiera. Non avevo il capitale sufficiente, ma una banca regionale credette in me. Il direttore abbassò la valutazione per facilitare l’acquisto. Così la comprai. Per me non era solo un immobile. Era la prova che il figlio di immigrati, cresciuto in povertà, poteva cambiare la propria traiettoria di vita. In sostanza il proprio destino. Le tre promesse che mi sono fatto
35 I numeri UNO - 2026 Con le mie tre figlie: Jennifer, Stefanie e Vanessa
36 I numeri UNO - 2026 Mi sono sposato a ventiquattro anni. A venticinque è nata Jennifer, nel 1989. Se oggi ripenso a quel periodo, mi rendo conto di quanto fossi giovane e allo stesso tempo già carico di responsabilità. Ero marito, padre, imprenditore. Non c’è stato un vero passaggio graduale dall’essere ragazzo all’essere uomo: è successo tutto in fretta, senza che me accorgessi. Lavoravo già intensamente nel settore dei computer e dei componenti elettronici. Non era un hobby, non era un tentativo: era una missione. Ero in società con un’azienda affiliata alla Panatronic, che poi avrei acquistato. Muovevo i primi passi strutturati nel business, ma dentro avevo già una visione molto più grande. Jennifer è nata mentre io ero sempre in viaggio. Germania, Austria, Spagna, Europa in generale. Non avevo “troppo tempo” per la famiglia – ed è una frase che pesa dirla. Non perché mancasse l’amore, ma perché mancava il tempo materiale. Ero sempre in fase di crescita, sempre in espansione. Vivevamo a Niederrohrdorf, in Argovia. In quella casa è nata anche Stefanie la mia seconda figlia. Due bambine, una famiglia giovane, una vita che correva veloce. Siamo rimasti lì sette anni. Sette anni che per me sono passati in un baleno attraversati in modalità di accelerazione costante. Io sono sempre stato uno che non si accontenta. Quando la casa è diventata stretta, non solo fisicamente ma simbolicamente, abbiamo comprato una bifamiliare più grande a Othmarsingen, con un giardino ampio. Più spazio per le bambine, più spazio per sognare. Poi è arrivata Vanessa. La terza figlia. Oggi ho tre nipoti. Quando mi ascoltano raccontare le mie storie, vedo nei loro occhi una miscela di stupore e incredulità. Per loro il nonno è quello che ha una Formula 1 in garage. Ma dietro quella macchina c’è un percorso di sacrifici, rischi e notti insonni. Tutto molto in fretta
37 I numeri UNO - 2026
38 I numeri UNO - 2026 All’inizio degli anni ’90 ho capito una cosa fondamentale: se vuoi crescere davvero nel settore tecnologico, devi guardare all’Asia. Così, tra il 1992 e il 1993, ho aperto la prima filiale a Taiwan. Panatronic era già entrata in Germania, con attività in Austria e Spagna. La struttura stava diventando internazionale. Taiwan non era solo un’espansione geografica. Era una scelta strategica. Produzione, componentistica, velocità, costi. Ho sempre cercato di anticipare i movimenti del mercato. Il 1997 è stato un anno spartiacque. L’azienda, che ormai mi apparteneva, era cresciuta enormemente. Avevamo presenza ovunque. A quel punto mi trovai davanti a una scelta cruciale: fare un’IPO (Offerta Pubblica Iniziale) o restare indipendente. All’epoca l’IPO non era come oggi. Quotarsi in borsa significava perdere il controllo, dover rispondere a logiche finanziarie che non sempre coincidevano con la visione imprenditoriale. Io non volevo diventare un manager di qualcosa che avevo creato con il sangue. Ho scelto di non quotarmi in borsa. Molti mi dissero che era un errore. Ma io ho sempre preferito comandare la nave, non fare il passeggero di prima classe. Gli anni Novanta: quando l’Europa non bastava più In quegli anni ho lanciato la Computer Cash & Carry, un modello di vendita simile a MediaMarkt. Un’azienda separata, mia. Volevo testare il retail diretto su larga scala. Parallelamente ho creato il brand Mandax. Computer a marchio proprio. In Svizzera era molto conosciuto. Eravamo concorrenti diretti dei grandi operatori tipo IBM. La produzione la facevamo internamente. Avevo un intero piano dedicato all’assemblaggio. Controllo totale sulla qualità e sui margini. Poi i costi del lavoro in Svizzera sono saliti. Decisione razionale: spostiamo l’assemblaggio a Taiwan. Non era una questione emotiva, era matematica. L’idea che ha cambiato i volumi è stata quella delle “Mitarbeiter Aktionen”. Sono andato dalle grandi aziende – Roche, per esempio – e ho proposto: metà del computer lo paga il dipendente, metà l’azienda. Risultato? I collaboratori imparavano a usare il computer anche per lavoro, le aziende modernizzavano il personale, io aumentavo enormemente le vendite. Era semplice. Ma potente. Io ho sempre creduto che le idee migliori siano quelle che sembrano ovvie solo dopo che qualcuno le ha fatte. Costruire valore: brand, volumi e idee fuori schema
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