61 I numeri UNO - 2026 Nel mondo professionale ho sempre difeso la dimensione umana. Anche rischiando in prima persona. Perché un capo miserabile rende miserabile la vita delle persone, e quella miseria entra nelle case, nelle famiglie. Trovo inaccettabile il cinismo di certi licenziamenti freddi, improvvisi, non motivati da reali crisi aziendali. Le statistiche parlano chiaro: il legame tra perdita del lavoro e depressione è forte. Un licenziamento brutale lascia ferite profonde, compromette la fiducia futura. Io credo che un’alternativa esista sempre. Forse quella non è la tua strada. Forse puoi reinventarti. Puoi tornare al tuo sogno, anche a quarant’anni o a cinquanta. Il punto è riportare le persone verso le loro attitudini, i loro valori. Vado spesso nelle università, alla Bocconi o altrove, a parlare ai giovani. Non mi interessa solo spiegare come cambia il mondo del lavoro. Voglio convincerli a mettere al centro un sogno. Ma un sogno coerente con ciò che sono davvero. Se scelgo una professione che non rispecchia i miei pilastri valoriali, magari avrò successo, ma non sarò mai soddisfatto. Il Senso, appunto! Mettere al centro attitudini e valori: questo è stato il mio contributo in trent’anni di carriera. Il lavoro come responsabilità umana In Italia ho vissuto a Bologna, Rimini, Venezia, Firenze, Roma, Milano, Parma. Ogni volta mi sono integrato con una facilità sorprendente. Per me è fondamentale parlare il dialetto del posto. Il veneziano, il romano, il toscano. Mi sento a mio agio nel mondo dei dialetti. Non è folclore: è rispetto. È desiderio di entrare davvero nella cultura di un luogo. È una forma di empatia. Ho costruito relazioni profonde, non solo professionali. Ne sono orgoglioso. Certo, ogni tre anni c’era il camion dei traslochi alle cinque del mattino. Scatole mai del tutto disfatte. Affetti messi alla prova. Quando sei tu il motore del cambiamento, gli altri devono adattarsi. Non è semplice. Ma quel nomadismo io l’ho trasformato in opportunità. Non ho mai avuto la sindrome dell’emigrato che dice “da me è più bello”. No. Ogni luogo è una dimensione diversa, con una sua bellezza. Questa ibridazione continua si sente persino nella mia voce, un miscuglio di accenti. Per me l’Italia è proprio questo: la straordinaria ricchezza delle sue culture regionali, ed io sento di appartenere ad ognuna di loro. L’Italia come laboratorio identitario
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