31 I numeri UNO - 2026 Due mondi dentro di me A casa si parlava italiano. Fuori, solo svizzero tedesco. Io vivevo costantemente tra due identità. I miei genitori non parlavano bene la lingua locale. Io sì. Io ero il ponte. Traduttore, mediatore, interprete emotivo e culturale. Senza rendermene conto, stavo sviluppando una competenza che mi avrebbe accompagnato per tutta la vita: la capacità di muovermi tra mondi diversi. Quando avevo circa otto o dieci anni, mio padre, che nel frattempo era diventato indipendente come piastrellista, fece un passo decisivo: chiese la naturalizzazione. All’epoca gli italiani non erano ben visti. C’erano pregiudizi, diffidenza. Avere un passaporto svizzero significava dignità, opportunità, meno porte chiuse. Diventando lui svizzero, lo diventai automaticamente anch’io. Non ho mai avuto un passaporto italiano. Non sono mai stato registrato ufficialmente in Italia, neppure nel paese di mio padre, San Mauro Forte. Eppure, il sangue è italiano. Il temperamento, la passione, l’energia vengono da lì. La disciplina, la precisione, il pragmatismo sono svizzeri. Dentro di me queste due forze non si sono mai scontrate. Si sono completate. La povertà come carburante Non siamo cresciuti nel comfort. Non c’era carne ogni settimana. Non c’erano vacanze. Non c’erano regali superflui. Abitavamo in un appartamento semplice, tipico delle famiglie immigrate dell’epoca. Ricordo l’umidità sui muri, la sensazione di provvisorietà. Ricordo anche una cosa molto chiara: io non volevo restare lì. I miei genitori lavoravano tutto il giorno. Io giravo per il paese da solo già a tre o quattro anni. Oggi sarebbe impensabile. Allora era normale. Ho visto cose, ho imparato a difendermi, ho capito presto che il mondo non ti regala niente. Quella è stata la mia vera scuola. Non solo la scuola pubblica svizzera – che frequentavo regolarmente – ma la scuola della strada, della responsabilità precoce. Non ero uno scolaro brillante. Non perché non fossi capace, ma perché la mia testa era altrove. Il calcio era la mia ossessione. In ogni fotografia della mia infanzia c’è un pallone. Giocavo appena potevo, ovunque. Sognavo di diventare calciatore. La scuola mi annoiava: pensavo che quello che dicevano lo sapessi già. Accanto al calcio, crescendo c’erano i motori. Mi sono appassionato ai go-kart. Il rumore, la meccanica, il movimento. E poi l’elettronica. Un amico italiano aveva un padre che lavorava con componenti elettronici. Io osservavo, smontavo, rimontavo. Imparavo facendo. Nessuno mi insegnava formalmente. Era pura curiosità. La povertà non mi ha causato vittimismo. Mi ha creato fame.
RkJQdWJsaXNoZXIy MjQ1NjI=