24 I numeri UNO - 2026 Con mio figlio ho sempre parlato italiano. È nato in Slovenia. Le sue prime scuole sono state in sloveno. L’inglese era ovunque: in Slovenia le trasmissioni televisive non sono doppiate, e a 5 anni lui parlava inglese perfettamente, imparato dai cartoni animati. Inoltre, i suoi cugini sono inglesi. L’italiano rischiava di diventare la lingua minoritaria. Per me questo era inaccettabile. Perché la lingua non è solo un mezzo di comunicazione. È identità, è memoria, è struttura del pensiero. Così ho insistito. Lui ora parla molto bene italiano. Scrive con difficoltà – le “h” sono disseminate qua e là in modo creativo – ma parla con naturalezza e profondità. E poi c’è anche un aspetto importante che ha forgiato la sua identità. In Slovenia esiste una parte della società che conserva ricordi dolorosi della guerra. Lubiana fu circondata per essere affamata; ancora oggi esiste un tragitto lungo il perimetro dell’enclave creata alla fine del conflitto, che tutti gli anni le persone percorrono, ciascuno a modo suo, come un gesto collettivo di memoria. Mio figlio è cresciuto lì. E ha dovuto affermare la propria identità italiana anche a scuola, talvolta davanti ai professori. Ha sempre ripetuto con forza: “Io sono sloveno e sono italiano. Non rinuncio a nessuna delle due cose.” Questo mi ha commosso profondamente. Mi ha dato una grande soddisfazione come madre e come pedagoga. Ho pensato: ho seminato qualcosa di buono. Ha sviluppato un senso forte di appartenenza e un orgoglio culturale sano. Si sente parte di un grande paese e di una grande cultura, senza negare l’altra parte di sé. La lingua come fatto esistenziale La Svizzera per me è la mia nuova base. Faccio fatica a dire “nuova patria”. Per me non è un concetto logistico: è un fatto emotivo, storico, esistenziale. Ma la Svizzera è il mio nuovo headquarter. È dove vivo. È dove mio figlio ha scelto di vivere, pur avendo studiato in Inghilterra e potendo scegliere altri paesi: l’Italia, la Slovenia, il Regno Unito. Ha deciso di restare qui. Questo fa della Svizzera la nostra nuova base familiare. Non solo un luogo di lavoro, ma uno spazio di continuità generazionale. La Svizzera: una nuova base, non una nuova patria Molte interazioni avvengono in quella lingua. Parte della famiglia del mio compagno è di Berna, e il dialetto bernese, all’inizio per me è stato poco digeribile. Per fortuna lavoro a Berna, quindi sto familiarizzando. Ho sviluppato negli anni una forte competenza passiva nelle lingue. Capire è il primo atto di integrazione. Mi sono detta: se ho imparato a capire tante lingue, potrò sviluppare anche una conoscenza passiva dello svizzero tedesco. È una sfida continua, ma è anche un esercizio di umiltà e ascolto.
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