152 I numeri UNO - 2026 Quando mi chiamarono dal CERN pensai a un errore, ad un caso di omonimia, ad uno scambio di persona. “Non sono una fisica”, dissi. “Lo sappiamo”, risposero e mi vollero incontrare. Accettai il colloquio, più per curiosità che per reali aspettative. Per ovvie ragioni non avvenne in presenza. Mi ritrovai con otto persone, che mi fissavano da uno schermo e che per un’ora mi interrogarono. Non recitai nessun ruolo. Non cercai di essere diversa. Parlai raccontandomi per quella che sono. Due settimane dopo, la risposta. Quando sentii la parola “all’unanimità”, mi dissi, “ma come possibile che proprio nessuno” prima di rendermi conto, del tutto incredula, che “all’unanimità” la mia candidatura era stata accettata. Fu allora che compresi una lezione fondamentale, forse la più importante della mia vita professionale: quando smetti di chiedere il permesso di essere te stessa, diventi credibile. Arrivai a Ginevra nel luglio 2021, come capo del dipartimento IT del CERN. Nel 2025 venni selezionata come CIO inaugurale del CERN, con inizio il 1° gennaio 2026. Non so se sarà l’ultimo capitolo della mia carriera. Ma so che è un capitolo che tiene insieme tutto: scienza, tecnologia, società, responsabilità. Il CERN non è solo ricerca fondamentale. È un luogo in cui si decide che tipo di futuro vogliamo costruire. Ed è per questo che credo profondamente nel riportare l’umano al centro della tecnologia. Essere scelta quando smetti di cercare approvazione Ho lavorato sempre in ambienti internazionali, portando la bandierina italiana in questi contesti. Io sono molto orgogliosa di essere italiana. Dovremmo forse credere più in noi stessi. Essere più consapevoli delle potenzialità che ci sono. Come ho detto all’inizio, non racconto questa storia per dire “ce l’ho fatta”. La racconto per dire che nulla è stato facile. Ho avuto due burnout, anche se all’epoca non sapevo si chiamassero così. Un divorzio. Assenze dolorose. Rinunce che ancora oggi fanno male. Mi chiamavano Miss Five O’clock perché correvo sempre, cercando di tenere insieme maternità e responsabilità impossibili. Atterravo da zone di guerra e tornavo a casa per allattare. Dormivo poco. Dubitavo molto. Non ho mai perso un compleanno o un evento importante per i miei figli. Ero presente quando era importante. Ma non ho mai smesso di credere in quello che facevo. E questo ha reso i sacrifici, se non leggeri, almeno sopportabili. Non credo nella fortuna come dono casuale. Credo nella fortuna come incontro tra opportunità, lavoro e coraggio. Non sono mai salita su ascensori. Ho fatto scale ripide, spesso da sola, spesso controvento. Ho affrontato pregiudizi enormi, soprattutto come donna in mondi che non erano pensati per me. Eppure, so che uno spazio si può sempre creare. Le ferite invisibili
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