149 I numeri UNO - 2026 A Penang iniziai a capire cosa significa davvero tenere insieme tutto. Essere madre, essere manager, essere donna in un contesto internazionale, soprattutto maschile e spesso maschilista, sempre diffidente. Non c’erano modelli. Non c’erano manuali. C’era solo la necessità di resistere, di organizzare la vita come un equilibrio sempre precario. Mio marito rientrò a Roma per lavoro. Io rimasi sull’isola con due figli e una agenda fatta di voli, riunioni, responsabilità enormi. Fu in quel periodo che diventai il primo CIO del CGIAR. Un ruolo che non esisteva prima, e che dovetti letteralmente inventare. Costruire una funzione significa anche costruire legittimità, e questo richiede una forza silenziosa, quotidiana, spesso invisibile. Essere madre, essere professionista, essere tutto (e pagarne il prezzo) C’è un ritmo interno che scandisce la mia vita, e che ho imparato a riconoscere solo col tempo: dopo cinque anni devo cambiare. Non per fuggire, ma per crescere. Nel CGIAR rimasi quindici anni, ma ogni cinque anni cambiavo ruolo, pelle, linguaggio: CIO, leader di un programma di IT e knowledge management, direttrice della comunicazione, direttrice dei servizi condivisi. Ogni passaggio era una rinuncia e una conquista al contempo. Mi trasferii a Montpellier, in Francia. Ma lì il prezzo della distanza diventò troppo alto. I figli crescevano senza di me. I miei genitori invecchiavano. Uno morì. L’altro si ammalò. Io ero sempre in viaggio, sempre altrove. Il corpo iniziò a mandarmi segnali che avevo imparato a ignorare: stanchezza cronica, irritabilità, perdita di senso. Era burnout, anche se allora non lo chiamavamo così. Il mio tempo interiore: cinque anni per trasformarmi
RkJQdWJsaXNoZXIy MjQ1NjI=