142 I numeri UNO - 2026 Decisi di dare una struttura a quella curiosità diffusa, iscrivendomi all’Università di Milano a Scienze sociali. Fu proprio mentre ero immersa in questo doppio mondo – studio e lavoro nella natura – che avvenne l’incontro decisivo. Un invito a cena a Tivoli, quasi per caso. Un amico che lavorava alla FAO mi chiese di partecipare perché il suo capo non parlava italiano. Mi sedetti accanto a lui e iniziammo a parlare fitto fitto. Scoprimmo una sintonia immediata: lui era un antropologo, interessato al rapporto tra uomo e natura, proprio come me. A un certo punto mi chiese se fossi interessata a lavorare con lui. Rimasi spiazzata quando scoprii che lui, che era un antropologo, fosse il direttore IT della FAO. Era il 1990: i computer si stavano affermando, Internet praticamente tutto da scoprire. Mi disse che cercava persone capaci di fare domande, non solo ingegneri, che ragionano in modo binario 1:0. L’università e l’incontro che cambia tutto Entrai alla FAO dal gradino più basso. Assistente di un’assistente. Rispondevo al telefono e cercavo di capire che cosa potessi davvero fare. Ben presto mi resi conto che, pur con il massimo della disponibilità, senza laurea non avevo possibilità di crescere. La presi come una sfida, e per me una sfida è sempre stata un motore. Mi mancavano cinque esami e la tesi. In sei mesi, lavorando a tempo pieno alla FAO e nei weekend al Parco d’Abruzzo, mi laureai. Fui promossa e iniziai a lavorare come Project Analyst, andando finalmente sul terreno. All’inizio del mio percorso professionale mi sono occupata di capire come la tecnologia potesse aiutare concretamente le persone. La mia prima missione è stata in Marocco, dove intervistavo direttamente gli agricoltori per comprendere i loro problemi e le loro difficoltà. Il mio ruolo consisteva nell’essere un ponte: fra i problemi che registravo sul campo e gli ingegneri cui spettava il compito di tradurre quei bisogni in soluzioni tecniche. Un’esperienza mi ha profondamente coinvolta, perché non si trattava più solo del rapporto uomo–natura, ma introduceva un nuovo binomio: il rapporto uomo–tecnologia. È lì che ho capito quanto questo approccio mi appartenesse. La sfida come motore di crescita
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