14 I numeri UNO - 2026 Roma: il primo approdo stabile A quattordici anni arrivammo a Roma, città legata alla famiglia materna. Per la prima volta c’era un contesto familiare ampio, riconoscibile, continuo. Roma non fu solo una città: fu il primo luogo in cui restai abbastanza a lungo da costruire una traiettoria lineare. Lì ho fatto il liceo classico. La scelta non fu casuale né subita. È stata una scelta coerente con ciò che ero già. Mi sono sempre sentita un’umanista. Non in opposizione alla scienza, ma nella convinzione che le strutture profonde della realtà si comprendano attraverso il linguaggio, la storia, il pensiero simbolico. Avevo già una relazione precoce con le lingue. Mio nonno materno, poliglotta per passione e per necessità, mi aveva trasmesso un’idea precisa: imparare le lingue non è solo utile, è necessario per capire il mondo. Ripeteva come un mantra: “Bisogna imparare le lingue.” Ho iniziato ad imparare l’inglese già da piccolissima. Così piccola che alle medie mi dissero che non aveva senso inserirlo come lingua curricolare: il mio livello era troppo alto. Mi misero nella sezione di francese. Poi al ginnasio passai al tedesco. Le lingue per me non erano materia scolastica. Erano strumenti cognitivi. Ogni lingua aggiungeva una prospettiva diversa sulla realtà. La glottologia: studiare le strutture invisibili All’università scelsi glottologia alla Sapienza. Non è stata una scelta “letteraria” in senso stretto. Anche se la storia delle lingue si ricostruisce principalmente attraverso l’analisi di testi letterari. I testi stessi e la loro tradizione ci offrono uno sguardo alle sedimentazioni delle lingue che si evolvono. È stata una scelta strutturale. La glottologia è lo studio dei sistemi linguistici nella loro evoluzione temporale, delle matrici da cui si evolvono le lingue. Studiare latino e greco non era un esercizio erudito: era entrare nelle radici profonde delle strutture grammaticali. Studiare sanscrito vedico significava confrontarsi con una lingua antichissima, capace di conservare tracce di sistemi ancora più arcaici. Le lingue germaniche antiche, le lingue iraniche, le lingue romanze medievali: ogni ambito era un tassello di una mappa evolutiva. Quando chiesi la tesi, mi fu detto che era importante saper leggere fluentemente in inglese, francese e tedesco. “Possibilmente in russo.” Così studiai anche il russo. E anni dopo, quando mi trasferii in Slovenia, mi resi conto che quella competenza non era teorica: le strutture delle lingue slave mi erano familiari.
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