I Numeri UNO 2026

134 I numeri UNO - 2026 Crescendo, ho vissuto sempre in bilico tra due Paesi che non sentivo davvero come madri. L’Italia non lo era completamente, ma nemmeno la Svizzera. Non perché fossero matrigne cattive, semplicemente perché nessuna delle due era davvero “mia”. Questo andirivieni ha segnato il mio sguardo sul mondo. Sono unicamente cittadino italiano, ma sentirmi italiano è una questione più complessa. Mi sento italiano se penso a Roberto Rossellini, leggendo Calvino, ascoltando Dante recitato da un attore straordinario come Toni Servillo, se penso alla grana dei film italiani degli anni Settanta. Mi sento molto meno italiano accendendo la televisione. La mia italianità nasce dall’arte, dalla cultura, non dal rumore quotidiano. Ci sono colori e luoghi che mi fanno sentire profondamente italiano: le stradine di Napoli che percorrevo in cerca di libri usati sulle bancarelle ai tempi dell’università, i paesaggi intorno a San Gimignano, le piccole piazzette di Panicale, gli scogli del Circeo. Palermo, che mi fa respirare l’Africa e le nostre radici: una sensazione bellissima. La vitalità debordante di Roma. In Svizzera, invece, mi colpisce la stratificazione del tempo. Arrivare a Losanna e muovermi tra i suoi livelli topografici che sono anche storici, attraversare la città passando accanto ai boschi, incontrare una volpe sulla strada: sono esperienze che mi sorprendono sempre. Ginevra mi affascina pensando che lì passeggiava Godard, mentre Lugano mi avvolge con la sua malinconia, forse anche per suggestioni letterarie. E musicali. Lugano per me è un anello di congiunzione. Un luogo di passaggio, malinconico, ambiguo. Già italiano e non più italiano: dipende se ci arrivi da Nord o da Sud. Vicinissima eppure lontana. In quella sospensione riconosco qualcosa di me stesso: la malinconia di ciò che è quasi casa, ma non lo è mai fino in fondo. Figlio di due “matrigne” Mi chiamo Giona, il nome di mio nonno e del mio bisnonno. Come il profeta che dice no persino a Dio. Che scappa, viene inghiottito da un leviatano, e finisce, comunque, dov’è destino che dovesse finire. A Ninive. Questo racconto mi accompagna da sempre. Perché suggerisce una verità semplice: la libertà non è fare ciò che si vuole, ma capire la forma del proprio destino. Forse è una leggenda. Ma io lavoro con le storie: e le storie, per me, sono vere. Giona: il nome come destino narrativo

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