I Numeri UNO 2026

128 I numeri UNO - 2026 L’Erasmus mancato Con il mio professore di tedesco si instaurò una situazione di conflitto non dichiarato. Io sostenevo esami, massimo dei voti sempre per poi potere accedere alle borse di studio, poi nei mesi estivi sparivo per lavorare. Iniziavo già ai primi di maggio. Un anno, rientrando in università nel mese di settembre, scoprii che i miei compagni avevano avuto la possibilità di frequentare un programma Erasmus a Berlino. Nessuno me ne aveva parlato. Quando chiesi spiegazioni al professore, mi fu risposto semplicemente che non mi aveva visto in facoltà. Il conflitto rimase sospeso, mai risolto, mai apertamente affrontato. Arrivati alla tesi, il professore mi propose un tema di altissimo livello: la rivoluzione conservatrice tedesca, con particolare riferimento a Arthur Moeller van den Bruck. Un argomento centrale per comprendere una parte del pensiero politico e culturale del Novecento tedesco, ma frequentato quasi esclusivamente da specialisti, che mi affascinava terribilmente. Rifiutai. Scelsi di fare una tesi in storia del cinema, dedicata a David Cronenberg, che all’epoca non godeva ancora dello statuto critico che avrebbe acquisito in seguito. Era considerato soprattutto un regista di cinema dell’orrore. Il professore reagì con stupore e disappunto. Io andai avanti: una decisione sbagliata, secondo ogni parametro accademico, ma necessaria secondo il mio. Il mio correlatore fu Valerio Caprara, critico cinematografico del Mattino di Napoli, figura centrale della cinefilia italiana. Attraverso di lui entrai in contatto con un’idea di cinema come sistema culturale complesso. Feci il tentativo di vedere se ci fosse un modo per restare in università con un incarico accademico. Mi fecero capire, in modo più o meno velato, che non c’era. Fu allora che maturai una decisione netta: avrei scritto di cinema fuori dall’accademia, affermandomi. Iniziai a farlo per Cinema 60, diretta da Mino Argentieri, titolare di cattedra. Dopo pochi articoli fui convocato in redazione per quello che, di fatto, era un processo politico-estetico. Mi si chiedeva di giustificare alcune posizioni critiche considerate eretiche rispetto all’ortodossia della rivista. Rifiutai l’autocritica. La scena si ripeté più tardi in altre occasioni, in altre testate, come, ad esempio, Filmcritica, rivista che amavo con grande passione. Ogni volta vivevo una doppia tensione: il desiderio di appartenere e il rifiuto di conformarmi. Incompatibile con incarichi accademici

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