124 I numeri UNO - 2026 Arrivare in Italia alla fine degli anni Settanta significava entrare in un paese che attraversava un momento di grande conflittualità, politicamente e socialmente. Io avevo poco meno di quindici anni e la mia percezione del mondo era ancora profondamente influenzata dai racconti di mio padre e dalla vita in Svizzera. A Dübendorf, e prima a Bülach e Oerlikon, la politica si percepiva in modo distante, mediata dalle notizie alla radio e dai discorsi degli adulti italiani emigrati. Ma in Italia, tutto diventava immediato, visibile, spesso confuso. Ricordo distintamente il rapimento di Aldo Moro. A Dübendorf, mio padre arrivò a casa bianco in volto: per i miei genitori, democristiani da sempre, il rapimento e la strage della scorta fu una shock terribile. La paura di un’escalation politica, le Brigate Rosse, il rischio di destabilizzazione. Per me che manco sapevo chi fosse Aldo Moro, cosa fossero le Brigate Rosse, le paure di mia madre e mio padre, che dicevano “arrivano i comunisti” e “finiremo come la Russia”, significavano soprattutto la perdita di quei miei piaceri italiani estivi, delle mie letture, dei miei fumetti. I miei cugini a Napoli, invece, vivevano la politica in modo più consapevole: leggevano Lotta Continua, Il Manifesto, discutevano di lotta di classe e di riscatto proletario. Mia cugina, addirittura, studiava il russo. Io, al centro tra due mondi, oscillavo tra curiosità e confusione: le conversazioni paradossali dei miei cugini che irritavano mio padre mi affascinavano. Cosa sarà questa “rivoluzione”? Una parte di me voleva comprendere, l’altra continuava a fuggire nel cinema e nei libri, proteggendosi dall’instabilità del reale. L’Italia degli anni Settanta e la coscienza politica Una volta stabilito a Mondragone, avrei voluto frequentare il liceo classico, ma questo implicava una logistica che non avevo nessuna voglia di affrontare: sveglia all’alba, autobus, una disciplina quotidiana che sentivo estranea. Per questo, più che scegliere, ho evitato. Mi sono iscritto al liceo scientifico. Col senno di poi, è stato il mio primo gesto di auto-sabotaggio consapevole. Una decisione presa non contro qualcosa, ma per sottrazione. Eppure, anche in quella scelta ‘sbagliata’, si è già manifestata una costante della mia vita: l’attrazione per ciò che riguarda il linguaggio, il pensiero, l’interpretazione e l’incompatibilità profonda con ciò che si fonda su sistemi astratti autosufficienti. Il liceo scientifico fu una tragedia selettiva. Filosofia, letteratura, latino funzionavano perfettamente. Anche chimica, disciplina teorica ma mediata dal linguaggio, andava sorprendentemente bene. La matematica, invece, era un muro. Non una difficoltà superabile, ma una vera e propria inassimilabilità. La mia pagella evidenziava un’anomalia statistica: 2 in matematica, 9 in italiano, 8 in chimica. Un divario che non indicava scarso impegno, ma un’incompatibilità cognitiva. Già allora, senza saperlo, stavo sperimentando una divisione che avrebbe attraversato tutta la mia vita: da un lato i sistemi di senso, dall’altro i sistemi di calcolo. Il primo gesto di auto-sabotaggio consapevole
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