120 I numeri UNO - 2026 Lavoro con le storie, e le storie, per me, sono vere Sono nato a Zurigo nel 1965, in una famiglia italiana di origini campane. Mio padre e mia madre erano emigrati in Svizzera dalla provincia di Benevento, da un piccolo paese: Montesarchio, un luogo dove le vite erano scandite dai ritmi agricoli e dalle tradizioni comunitarie. Mio padre era l’ultimo di quattro fratelli: uno avrebbe scelto i Carabinieri fra Novara e Ornavasso, uno era emigrato in Argentina e l’altro, restato al paese, gestiva un negozio accanto a un cinema: il cinema Oliva. Crescere in una famiglia così, pur a distanza, significava avere radici profonde e complesse. Mio padre in Svizzera, grazie ad una disciplina assoluta nello studio e nell’aggiornamento professionale si era costruito una carriera straordinaria, passando da operario a ingegnere tecnico presso la Brown Boveri, oggi nota come ABB. Più di ogni altra cosa, mio padre nutriva un vero culto per i libri e la conoscenza, un bisogno quasi ossessivo di riscattare le origini umili attraverso lo studio e la cultura. Ricordo la sua assoluta dedizione alle equazioni differenziali, al calcolo, ai testi tecnici e matematici, che lo rendeva quasi inaccessibile nel suo rigore mentre io, bambino, mi perdevo tra fumetti e storie d’avventura. La sua cultura era alta, precisa, inflessibile: non c’era spazio per il compromesso o per il semplice intrattenimento. La mia infanzia l’ho trascorsa nell’agglomerato zurighese: Oerlikon, Bülach e infine Dübendorf. Lì ho frequentato la scuola primaria e la Realschule. La lingua principale per me è stata lo svizzero tedesco, mentre l’italiano era confinato al dialogo familiare. Non ho mai avuto problemi di integrazione linguistica; le difficoltà erano legate piuttosto al mio rendimento scolastico, che non rifletteva una mancanza di capacità, ma la mia naturale tendenza all’introversione e alla riflessione interiore. Crescevo in un contesto multietnico, frequentando bambini italiani, portoghesi, spagnoli e jugoslavi. A scuola vigeva un ambiente più svizzero, ordinato e disciplinato, mentre nei giochi e nelle interazioni extra-scolastiche si percepiva il riflesso dell’immigrazione: comunità intrecciate, lingue diverse, storie di mobilità sociale e sacrificio. Per me, leggere fumetti in italiano e i libri di avventura era aprire una finestra sul mondo. Tex Willer, Zagor, Emilio Salgari, Il grande Blek: storie di pirati e avventure, che mi permettevano di evadere dalla rigida quotidianità svizzera, dai ritmi controllati e dall’ordine che mi sembrava allora opprimente dei monti e delle strade ordinate. Questi fumetti, a cui mio padre si opponeva con determinazione, diventavano il mio universo segreto, un regno in cui potevo esplorare emozioni e avventure che il mondo reale non offriva. Infanzia svizzera tra monti e scuole
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