12 I numeri UNO - 2026 In fondo, è questo che siamo: radici che camminano La mia infanzia non ha una mappa fissa. Se dovessi disegnarla, non sarebbe un punto ma una traiettoria. Sono nata a Palermo, ma non ci ho mai vissuto. Fino ai quattordici anni ho attraversato l’Italia come una piccola nomade. Mio padre lavorava in banca e la sua carriera comportava trasferimenti frequenti. Ogni volta che sembrava di aver trovato una stabilità, arrivava una nuova destinazione. Una nuova casa, nuovi vicini, nuove abitudini, nuove scuole. Le elementari non le ho frequentate: le ho attraversate. Ogni ciclo era frammentato. Cambiavo compagni prima che diventassero memoria. Cambiavo maestre prima che potessero diventare riferimento stabile. Non c’era continuità affettiva, ma c’era un allenamento costante all’adattamento. Eppure, da bambina, non vivevo questa condizione come una perdita. Non avevo ancora una coscienza comparativa. Non mi chiedevo cosa significasse avere amici d’infanzia che restano per sempre. Non avevo un termine di paragone. La mia normalità era quella. Forse è proprio per questo che oggi il mio modo di parlare non tradisce un’origine geografica precisa. Non ho un accento riconoscibile. Non appartengo foneticamente a un territorio. Sono la sintesi sonora di molti luoghi. Molti parlano di “sradicamento” con un’accezione negativa. Io posso dire di essere completamente sradicata, ma per me questo non è stato un trauma: è stato un allenamento alla libertà. Non ho mai sviluppato il bisogno di avere un luogo di riferimento. Non ho mai sentito la necessità di ancorarmi a un’identità territoriale. L’identità, per me, è sempre stata mobile. Quando, dopo Roma, mi sono trasferita a Milano per il master, poi di nuovo per lavoro, in seguito in Slovenia e più tardi in Svizzera, non ho percepito una rottura. Ho percepito continuità. Il nomadismo non era una fase: era la mia struttura. Ho lavorato per un gruppo svedese, viaggiando settimanalmente tra Balcani e Nord Europa. Vivevo in un paese e lavoravo in altri. Cambiavo lingua come si cambia registro. Passavo da una cultura all’altra con una naturalezza che non avevo nemmeno deciso di acquisire: era sedimentata dentro di me. Non ho mai perso gli amici. Li ho distribuiti nel mondo. Le mie relazioni non sono legate alla prossimità fisica ma alla qualità dello scambio. Questo è forse uno degli apprendimenti più importanti della mia vita: l’appartenenza non è geografica, è relazionale. Ma soprattutto ho imparato una cosa cruciale: quando entro in una nuova realtà non resto in superficie. Non sono una turista dell’esperienza. Mi immergo. Entro nel tessuto vivo, ne studio le regole implicite, cerco di contribuire. Divento parte del sistema. Il nomadismo mi ha insegnato l’integrazione profonda. Lo sradicamento come forma di libertà
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