116 I numeri UNO - 2026 Diversità, leadership e cambiamento istituzionale Quando sono diventata una delle poche donne in posizioni di vertice, mi sono trovata sola: 19 uomini e io. Nell’advisory board c’erano solo uomini. Nel mio percorso ho sperimentato molte forme di discriminazione, spesso sottili, isninuanti. Commenti, battute, domande inappropriate sulla maternità durante colloqui scientifici. Dieci minuti sottratti alla scienza per parlare di figli, mentre i colleghi uomini avevano tutto il tempo per parlare di ricerca. Il problema più grande sono stati i doppi standard: quello spazio strettissimo in cui una donna deve muoversi, senza essere né troppo assertiva né troppo accomodante. Ho lavorato molto per cambiare queste dinamiche, introducendo training su microaggressioni e dual standards nei miei istituti. In pochi anni l’ambiente è cambiato profondamente. Poi sono entrata anche all’ETH come full professor. Da quando sono diventata professoressa, paradossalmente, la mia visibilità è aumentata: perché la ricerca andava molto bene, ma anche perché ero donna. Sono diventata un role model, spesso mio malgrado. Nel mio percorso professionale ho scelto consapevolmente di rifiutare alcuni ruoli di leadership, per non bruciarmi troppo presto e per costruire basi solide per proteggere la mia traiettoria scientifica. Ora sento che è il momento giusto per contribuire anche al cambiamento strutturale delle istituzioni, per gli studenti e per le nuove generazioni. Oggi ho due laboratori, distanti dieci minuti di bici l’uno dall’altro, una doppia affiliazione, insegno, faccio ricerca, sono vice capodipartimento, presto diventerò capodipartimento. È così che si cambiano le cose: dall’interno. Il mio futuro è qui, almeno finché i miei figli cresceranno. Amo questa vita, amo la scienza, amo la possibilità di costruire. Lavoro tanto, viaggio tanto. Il mercoledì lavoro da casa e riuscire a ritagliarmi il tempo per fare la mamma-tassista, seguire i compiti, lo sport, la scuola mi dà molta soddisfazione. I miei figli parlano fra loro tedesco e svizzero-tedesco, ma a casa si parla italiano. L’Italia è casa. Lo è sempre stata. Lo è nei ricordi, nella lingua, nel cibo, nel trullo in Puglia. La Svizzera, però, è il luogo che mi ha dato le opportunità per realizzarmi, professionalmente e personalmente. È natura, ordine, possibilità. È casa per i miei figli, che vivono qui senza sentirsi stranieri. Tornare a lavorare in Italia sarebbe difficile. Non per mancanza di talento, ma per mancanza di strutture e risorse. L’Italia forma persone straordinarie, ma fatica a trattenerle. La “fuga dei cervelli” non è solo una formula retorica: per quanto poco elegante, esprime una realtà concreta. Per ora, resto qui. In equilibrio tra scienza, insegnamento, leadership e vita personale. Continuando a fare quello che ho sempre fatto: imparare, cambiare, e spingermi un po’ più in là, allargando ogni volta la mia zona di comfort. Guardando avanti
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