111 I numeri UNO - 2026 Pensare da fuori: la forza di uno sguardo diverso In quell’istituto non ero sola. C’erano colleghi generosi, Daniela, altri ricercatori, e soprattutto un carissimo amico Giovanni D’Angelo– oggi professore all’EPFL – a cui durante il pranzo chiedevo cose come: “Perché il calcio è così importante nelle cellule?”. Lui mi guardava e sospirava: “Da dove cominciamo?”. Le mie domande erano concettuali, quasi ingenue per un biologo. Molti biologi imparano a memoria: la proteina A fa questo, la proteina B fa quello. Io no. Io venivo dalla chimica, da un approccio quantitativo e meccanicistico, da un bisogno profondo di capire il perché, non solo il cosa. Questo mi rendeva estranea, ma anche libera. Portavo un punto di vista diverso, che all’inizio sembrava un limite, ma col tempo si è rivelato una forza. In sostanza, ho intrapreso davvero un nuovo percorso di laurea, sovrapposto al dottorato. Non ho mai preso una laurea in biologia, ma ho conseguito un dottorato pienamente riconosciuto in biologia, in quattro anni intensissimi. Tutto si sovrapponeva: studio, ricerca, apprendimento radicale. Il mio dottorato è stato veloce, intenso, quasi una corsa. Anche perché l’ambiente, per quanto stimolante scientificamente, era diventato molto difficile a livello umano. A un certo punto, ho sentito il bisogno di fuggire. Nel frattempo, a un congresso, ho conosciuto quello che sarebbe diventato mio marito – oggi il mio ex marito – padre dei miei due figli. Viveva a Zurigo, biologo anche lui, professore molto giovane all’università. Dopo alcuni anni di frequentazione a distanza, mi sono trasferita anch’io a Zurigo. Concluso il dottorato a Lanciano, sono arrivata per il post-dottorato in System Biology al Politecnico, nel laboratorio di quello che allora era il mio fidanzato. Una scelta per nulla apprezzata dalla mia supervisora di dottorato che non mi ha parlato per due anni, convinta che stessi buttando via la mia carriera andando nel laboratorio di un giovane professore appena insediato. Perché, volente o nolente, sarei stata percepita come “raccomandata”. Aveva torto, ma non del tutto: la ricerca di posti e incarichi si rivelata in alcune occasioni più difficile di quanto immaginassi. Il dottorato, la fuga e un incontro cruciale
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