I Numeri UNO 2026

107 I numeri UNO - 2026 Da bambina non ho mai sognato di fare la ballerina o l’attrice. Io volevo fare la chimica. Era qualcosa di innato. Mia madre, storica dell’arte, spesso si chiedeva da dove venisse questa mia inclinazione così marcata. La risposta era evidente: mio padre, ingegnere, mi aveva trasmesso quella parte rigorosa, matematica, strutturata. In compenso, mia madre ha visto il suo côté artistico realizzarsi in mia sorella Lavinia, alla quale sono molto legata, che è diventata designer e grafica. Da piccola tentavano di farmi leggere libri “classici”, come il libro Cuore, ma io ero felice solo quando trovavo testi scientifici. Mi affascinavano la fisica, la teoria della relatività, tutto ciò che aveva una struttura logica forte. Ricordo ancora nitidamente la mia professoressa di scienze alle medie che ci mostrò il primo circuito elettrico: fu un momento di stupore puro, un “wow” che non ho mai dimenticato. Quando incontrai la chimica, sempre alle medie, fu una rivelazione. Sentii immediatamente che quella disciplina mi apparteneva. La mia professoressa di chimica non capiva come potesse piacermi tanto. A lei, che in realtà era biologa, la chimica non piaceva affatto. Io, invece, ne ero completamente conquistata. Alle superiori seguii un percorso fortemente scientifico. Scelsi di fare tantissima matematica, fisica e chimica. Esclusi quasi del tutto la biologia, perché la percepivo come meno rigorosa dal punto di vista scientifico. Mia madre però intervenne: mi obbligò a studiare anche molta storia e filosofia, con l’idea – giustissima – che ci sarebbe stato tempo per specializzarsi, ma non per recuperare una formazione umanistica solida. Col senno di poi, le sono profondamente grata. Ancora oggi leggo molto al di fuori dell’ambito scientifico, e questo ha arricchito enormemente il mio modo di pensare e di insegnare. Nell’ultimo anno di liceo fui selezionata per un’esperienza alla Scuola Normale di Pisa, un programma che permetteva ad alcune ragazze di entrare in contatto con l’università prima del diploma. Ricordo la felicità che provavo ascoltando quei professori. Non era ambizione di carriera: era puro piacere intellettuale. Per me l’università non era un mezzo, era un fine. Studiavo perché mi piaceva studiare. A vent’anni trovai persino un cane abbandonato e lo chiamai Chimie, come “chimica” in francese. C’è chi ama i videogiochi: io amavo la chimica. Il liceo e la costruzione di un metodo La vocazione scientifica precoce

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