106 I numeri UNO - 2026 A casa ho sempre parlato italiano. I miei genitori sono entrambi italiani. Io, di fatto, sono cresciuta tra tre lingue: italiano a casa e a scuola, francese nella vita quotidiana e nello sport, inglese come lingua scolastica secondaria. Nonostante questo contesto multilingue, non mi sono mai sentita particolarmente dotata per le lingue. Anzi, ho sempre fatto fatica. Il tedesco, ad esempio, lo parlo male. Mi sono resa conto presto di avere una forma mentis fortemente scientifica, molto strutturata, razionale, e questo rendeva l’apprendimento linguistico più complesso per me. Eppure, anche senza un accento marcato – perché nella sezione italiana c’erano toscani, siciliani, accenti misti – l’italiano è sempre rimasto il mio punto fermo. Era la lingua del pensiero, dello studio, dell’intimità. Tutti i miei compagni di classe erano italiani, tutti con famiglie italiane, anche se vivevamo fuori dall’Italia. Questo ha creato una sorta di bolla culturale italiana all’estero, molto forte e molto protettiva. Lingue, identità Sono cresciuta in una famiglia colta. Mio padre è laureato in ingegneria, mia madre in storia dell’arte, con un dottorato. Lo studio, la curiosità intellettuale, la cultura erano parte naturale della vita quotidiana. Solo più tardi mi sono resa conto di quanto questo fosse un privilegio. Oggi, consapevole delle difficoltà che possono incontrare, cercando pertanto di supportarli, lavoro molto con studenti stranieri, ragazzi i cui genitori magari non hanno avuto la possibilità di seguire una formazione che noi magari diamo per scontata. Per me è diverso. Vengo da un contesto in cui l’università era data per scontata, quasi inevitabile. E questa consapevolezza è arrivata lentamente, soprattutto durante gli anni universitari, quando ho iniziato a confrontarmi con realtà sociali molto diverse dalla mia. Una famiglia colta e una crescita privilegiata
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